Se i conti non tornano è il medico a pagare

Di Dino Malecogita

E’ nota a tutti l’annosa questione che si trascina stancamente tra Regione Lazio, le Aziende Usl e i Medici di famiglia dal 1979, circa l’esattezza dei tabulati regionali relativi ai pazienti in carico al Medico e le contestazioni di quest’ultimi verso la Pubblica Amministrazione.

Quanto invece è accaduto è degno di nota non fosse altro perché un cittadino, sembra pagare doppiamente per i ritardi della Giustizia e se la prassi verrà consolidata da altre UUSSL nessuna certezza potrà d’ora in poi avere il Medico o il cittadino di difesa contro eventuali pretese, ancora in discussione, da parte della Pubblica Amministrazione.

Il dott. D., medico di famiglia, in data 11.11.92 presentava assistito dall’avv. Pellettieri, un ricorso al Pretore del lavoro di Roma (Ruolo Generale 6880/92) al fine di far dichiarare l’inesistenza di un preteso debito che la Regione Lazio gli imputava per il periodo in cui svolse servizio in qualità di medico di famiglia “associato”.

Con questa qualifica venivano indicati i giovani medici che nel periodo 1982- 1987, hanno lavorato presso un altro collega più anziano, il quale in seguito avrebbe potuto ridurre la propria clientela a favore del più giovane.

La prima udienza di discussione veniva fissata dal Pretore il 31.3.94, mentre la notifica alla USL RM C avvenne il 7.2.95.

Tuttavia in data 21.8.96 la USL RM C dichiarandosi in diritto di pretendere il rimborso del suo preteso credito, avvertiva il dott. D. che, in difetto di pagamento, avrebbe proceduto al recupero delle somme “secondo le norme di legge”.

Il dott. D. tramite il suo avvocato, diffidava la USL RM C dall’operare ritenute sul compenso mensile dovuto, invitando la USL ad attenersi all’esito del giudizio pendente.

Il 20.11.96 il Pretore così si esprimeva nel merito : “ Ma va anche sottolineato che il ricorrente, da un lato, non prospettando neppure in ipotesi la esistenza del requisito del pregiudizio imminente ed irreparabile, esime il giudicante dal valutare l’ulteriore requisito del fumus boni iuris, in quanto entrambi i presupposti debbono ricorrere per l’azionabilità del procedimento in questione e, ancor prima, che data la strumentalità del ricorso in via d’urgenza, questo, doveva essere inoltrato nei confronti di entrambi i soggetti convenuti nel giudizio di merito, non potendo essere emessa, la pronuncia richiesta, nei confronti della sola Azienda convenuta.

Alla luce delle argomentazioni che precedono pertanto il ricorso va rigettato, con condanna del ricorrente al pagamento della presente fase.”

Questo stesso giudice, in una decisione analoga, ha già sentenziato che per il periodo di “associazione” il medico non è responsabile per l’eventuale debito che si dovesse registrare per differenza del numero di assistiti.

Non va sottaciuto inoltre, che il giudice in questione è il titolare della causa di merito che il dott. D. ha presso la Pretura di Roma, pendente da oltre quattro anni e che ancora non ha trovato soluzione.

Con questa sentenza il giudice ha dunque legittimato, non dando alcun rilievo alla pendenza del giudizio in corso presso di lui, l’aggressione al patrimonio del ricorrente da parte della USL e resa possibile proprio dal ritardo registratosi nella decisione di merito.

Mi sia permesso di spezzare una lancia in favore del giudice.

Questi potrebbe anche aver commesso un errore nell’esercizio delle sue funzioni, talvolta purtoppo si legge questo anche di alcuni medici, ma quello che più ci indigna è che nessuna Associazione Medica abbia sentito il dovere di prendere posizione mettendo in atto azioni sindacali adeguate e pronte nonostante il pericolo reale che questo comportamento potrà essere a breve seguito da altre Usl che invocheranno la stessa risoluzione.

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