Succedanei del sangue: sicuri per decreto.

Negli ultimi vent’anni il sangue e i suoi derivati sono stati chiamati in causa nella trasmissione d’alcune malattie virali quali: le epatiti B e C e l’AIDS.

Perché sia potuto accadere questo fenomeno e come adoperarsi per evitarlo in futuro è stato suggerito da più parti. La diffusione delle malattie virali con il sangue, poteva spesso essere evitata, hanno frenato gli interessi economici di molte aziende produttrici dei farmaci emoderivati e le tardive prese di posizione dell’apparato ministeriale di controllo (Ministero della Sanità, Istituto Superiore di Sanità, Consiglio Superiore di Sanità).

In Italia sono attualmente al vaglio di più di un ufficio giudiziario le decisioni di alcuni di questi organismi pubblici.

Dai lavori della Magistratura di Trento emerge la possibilità di “epidemia colposa”, come riportato con evidenza solo sulla stampa locale e non, su quella nazionale. La Magistratura romana, sembra più prudente e mostra di aver bisogno di più tempo per assumere eventuali iniziative.

Ricostruiamo quindi attraverso documenti ufficiali, per il nostro attento lettore, alcuni passaggi istituzionali sulla gestione degli emoderivati in Italia.

Il 4 novembre 1993 la Garavaglia, Ministro della Sanità, dispone per via telegrafica, dopo tanti tentennamenti, la sospensione dell’impiego degli emoderivati che non erano stati testati (come prevedeva anche una direttiva europea del 1989) per il virus dell’epatite C.

Il successivo 28 dicembre, a commento della suddetta decisione e soprattutto in riferimento alle preoccupazioni d’alcuni genitori circa la pericolosità dell’albumina aggiunta come stabilizzante in alcuni vaccini destinati all’infanzia, l’Istituto Superiore di Sanità in una nota “ritiene che il provvedimento adottato dal Ministero vada interpretato come molto cautelativo”. Sarà paradossalmente, lo stesso firmatario di tale considerazione, il 2 maggio 1996, a dover aggiustare il tiro con il dire: “E’ universalmente accettato che la presenza di marcatori virali (gli anticorpi che l’organismo produce se infettato da virus, N.d.R.) nel plasma di partenza costituisce di per sé motivo di non utilizzo del plasma medesimo”. Senza parole.

Quindi era, e rimane fondamentale, la ricerca di questi marcatori virali nel plasma destinato a produrre emoderivati veramente sicuri (ricordiamo per tutte, le comuni immunoglobuline per il tetano, usate nei traumi accidentali).

Il 28 agosto 1996 è pubblicato il Decreto del Ministero della Sanità e reputiamo gravemente contraddittorio, il “nuovo corso”, in cui si stabilisce che la ricerca dei marcatori virali deve essere eseguita sulla “miscela di plasma”. L’involuzione concettuale e culturale è evidente.

E’ noto che la “miscela di plasma” su cui lavora l’industria è formata da un pool di 10-15.000 donazioni.

Quello che proprio non ci convince, anche secondo le nostre reminiscenze universitarie, è che se il pool è superiore a 1.000-2.000 donazioni, l’estrema diluizione vanifica la ricerca di un’eventuale presenza dei marcatori virali, in altre parole gli anticorpi.

Se esistono nuove metodiche diagnostiche, anche ministeriali, siamo aperti a qualsiasi rivoluzione culturale.

In caso contrario, tutti i pools contenenti plasma infetto, se altamente diluito, possono superare con facilità, addirittura ormai per decreto, i controlli di sicurezza.

Il vantaggio potrebbe essere tutto per quella Ditta produttrice che con un eufemismo indicheranno come, poco seria, che si procura plasma a bassi costi da donatori mercenari in aree geografiche a rischio.

Gli svantaggi, in futuro, potranno riscontrarli ancora una volta sulla nostra pelle.

 

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